Trasformare in biocarburante i rifiuti del COVID-19
#GreenClub: notizie per un mondo sostenibile
Se il lockdown ha fatto registrare una riduzione dell’inquinamento, le fasi successive dell’emergenza sanitaria da COVID-19 ci hanno invece fatto scoprire una nuova forma di contaminazione ambientale. Parliamo dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, protezioni per il viso, ecc.) il cui indispensabile uso massivo comporta la produzione di una grande quantità di nuovi rifiuti fortemente inquinanti, (troppo) spesso abbandonati nell’ambiente, per le strade e in mare. Secondo un nuovo studio della University of Petroleum and Energy Studies, però, questi rifiuti potrebbero essere trasformati in biocarburante.

Con le città deserte, per qualche tempo piante e animali avevano riconquistato spazi prima a loro interdetti: il lockdown aveva rappresentato una sorta di piccola “rivincita” per l’ambiente sull’inquinamento dovuto alle attività dell’uomo. Ben presto però l’impatto antropico ha ricominciato a far sentire pesantemente i suoi effetti con una nuova forma di rifiuti.
Parliamo dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), e cioè di mascherine, guanti, protezioni per il viso, grembiuli e quant’altro. Usarli costantemente, con il dovuto ricambio e in modo massivo è assolutamente indispensabile per la sicurezza dal virus SARS-CoV-2. Ciò sta creando però un’enorme quantità di rifiuti di difficile smaltimento, che fin troppo spesso vengono abbandonati senza criterio nell’ambiente.

Piuttosto che incenerirli (producendo ulteriore inquinamento), un nuovo studio condotto dalla University of Petroleum and Energy Studies, con sede a Nuova Delhi in India, ha avanzato la possibilità di trasformarli in combustibile liquido: biocarburante. Sarebbe infatti possibile convertire in biocrude (un tipo di combustibile sintetico) lo strato plastico di propilene, contenuto in miliardi di articoli DPI usa e getta.
Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Biofuels (clicca qui per leggere il testo originale in inglese) il modo migliore per riciclare la plastica di questo tipo di rifiuti sarebbe convertirla in combustibile attraverso pirolisi. Con questo termine si intende un processo termochimico che decompone i materiali ad alte temperature (300-400 °C) ma senza ossigeno o altri agenti ossidanti.

La pirolisi ha il doppio vantaggio di essere uno tra i metodi di riciclo più promettenti e sostenibili (di sicuro più ecologico dell’incenerimento) e di produrre grandi quantità di bio-olio – facilmente biodegradabile – andando così incontro alla sempre più grande esigenza di risorse energetiche.
Giusto concentrarsi sulla lotta al virus ma, secondo la dott.ssa Sapna Jain (prima autrice dello studio), se non teniamo alta la sostenibilità durante la pandemia dovremo aspettarci uno squilibrio ecologico e conseguenti problemi economici per sanarlo.
