Stitichezza: un male moderno
#StiamoBene: i consigli della dottoressa Debora Rasio
Sembra un paradosso, ma tanto la stipsi è frequente nel mondo occidentale (con costi economici e sociali non indifferenti) quanto è virtualmente sconosciuta nei Paesi in via di sviluppo. Dalla “nostra” parte del globo, si stima addirittura che almeno un quarto della popolazione ne soffra, soprattutto donne – nelle quali è tre volte più frequente – e anziani, in prevalenza over 65. La stipsi può minacciare il nostro benessere in molti modi. Scopriamo come superarla con qualche piccolo “trucco” naturale.
La stipsi può minacciare il nostro benessere in molti modi: con la sensazione di pienezza, di gonfiore intestinale, di crampi, di mal di testa fino alla comparsa di emorroidi e addirittura al prolasso rettale. Per non parlare di una certa “irritabilità” che percepiamo a livello generale e che dipende dal non aver correttamente eliminato le scorie e che si scioglie in un liberatorio sollievo quando finalmente riusciamo ad espletare la fisiologica evacuazione.

PSICHE E ALIMENTAZIONE: I GRANDI NEMICI DELLA REGOLARITÀ DI CORPO
Non dimentichiamo che l’intestino è davvero il nostro secondo cervello: produce addirittura più serotonina (l’ormone del benessere) del cervello stesso! L’intima relazione fra stato emotivo e funzioni intestinali la conosciamo tutti: è quella che ci fa correre al bagno prima di un esame o di una prova importante o, al contrario, serra l’uscita per giorni e giorni quando siamo in viaggio e il nostro inconscio, trovandosi in un territorio sconosciuto, non si “rilassa”. E poi la dieta, divenuta così povera di fibra: un nutriente tanto poco apprezzato quanto necessario al mantenimento di una corretta flora intestinale e a una sana peristalsi.
Oggi è considerato stitico chi va di corpo meno di due volte a settimana(!), un’eventualità virtualmente sconosciuta ai popoli che basano ancora la loro alimentazione su cibi freschi e poco processati: cereali integrali, legumi, vegetali e frutta, tutte fonti di abbondante fibra. Tra i primi a documentarlo fu il dr. Denis Burkitt, chirurgo irlandese che negli anni ’50, durante la sua permanenza in Africa, notò l’abbondanza e la frequenza delle feci delle popolazioni locali finendo, a seguito dei suoi studi, con l’attribuirla al loro elevato consumo di fibre vegetali pari a 50-60 grammi al giorno, dosaggio doppio rispetto ai 30 grammi raccomandati dalle linee guida internazionali e capace di garantire a quelle genti un’evacuazione dopo ogni pasto.
Senza dover necessariamente puntare a tanto, chi soffre di stitichezza può certamente iniziare a cercare nell’alimentazione l’aiuto necessario ad andare di corpo regolarmente e con una frequenza accettabile. In alternativa, infatti, molti ricorrono direttamente ai rimedi presenti a profusione in commercio per la cura della stipsi, una terapia che – più di altre – paga il pegno di un diffuso “fai da te”, specialmente quando si utilizzano rimedi ad azione irritante sulle pareti intestinali che peggiorano e cronicizzano il problema.

CURARE LA STIPSI COL CIBO: PICCOLI TRUCCHI, GRANDI RISULTATI
Grazie all’impulso dato dagli studi del dr. Burkitt oggi sappiamo bene che una dieta povera in fibre – tipica delle società industrializzate che abusano di carboidrati raffinati e di cibi trasformati – determina feci scarse e di volume troppo ridotto perché l’intestino le riconosca e si attivi per espellerle. Aggiungere fibra è, dunque, il primo contributo alimentare utile a contrastare la stitichezza: per cominciare possiamo mischiare dei cereali integrali come l’avena in fiocchi o il cruschello di avena allo yogurt: la fibra contenuta nei primi e i buoni batteri del secondo saranno di aiuto.
Prima ancora di fare colazione, poi, è estremamente utile bere il succo di mezzo limone spremuto aggiunto a un bicchiere di acqua calda. Contrariamente a quanto si pensi, questa formulazione non è affatto “astringente”, ma agisce in senso opposto risvegliando, dopo una notte di riposo, la produzione di succhi biliari e pancreatici nell’intestino, in grado di attivare la peristalsi. Anche la semplice acqua calda da sola (senza succo di limone) è utile perché invia allo stomaco e al colon il segnale di svuotarsi in risposta a qualcosa che è in arrivo.

Se la stipsi si ostina a persistere è il momento di far entrare in campo le prugne secche: il loro effetto fisiologico favorevole alla peristalsi è stato riconosciuto ufficialmente dall’EFSA, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. Oltre che di tante fibre solubili, le prugne sono infatti ricche di sorbitolo, uno zucchero non assorbibile che arriva nell’intestino e richiama acqua ammorbidendo il contenuto intestinale e aiutando ad andare di corpo. Sarebbe preferibile mettere cinque prugne secche nell’acqua calda ad ammorbidire la sera prima di andare a letto per poi mangiarle l’indomani mattina, bevendo anche l’acqua. Questo metodo sarà ancora più efficace se, oltre a bere l’acqua di ammollo, aggiungiamo le prugne ad uno yogurt, magari con dei fiocchi di avena e dei semi di lino, che, giungendo nell’intestino, richiamano acqua gonfiandosi.
Un altro rimedio utilissimo è rappresentato dai kiwi, consumarne ogni giorno due maturi (dettaglio importante) offre spesso risultati insperati. Anche la pera cotta, un altro lassativo naturale, i peperoni e i funghi sono utili.

L’ERRORE “PIÙ GRANDE”: LA POSIZIONE SEDUTA
Difficile da credere, ma la classica “seduta” di noi occidentali sul gabinetto è completamente innaturale e, invece di favorire l’evacuazione, la ostacola. L’angolo a novanta gradi che formiamo col corpo quando siamo seduti crea, infatti, un ostacolo al passaggio delle feci perché, di fatto, così posizionati chiudiamo lo sfintere anale. Molto più corretta è la posizione “alla turca”, simile a quella dello squat, un esercizio tipico che si fa in palestra.
Quando siamo accovacciati, infatti, la muscolatura rettale si distende favorendo la liberazione fisiologica e completa dell’intestino. In ogni caso possiamo ottenere un “effetto squat” sullo sfintere interno anche sedendoci sul wc in modo tradizionale: basta sollevare le gambe appoggiandole sopra uno sgabello, un supporto, una scaletta a due gradini (come ad esempio quelle che forniamo ai bambini per raggiungere autonomamente l’altezza del lavandino). Questo piccolo trucco aiuta a migliorare lo svuotamento intestinale, riduce il senso di costipazione e ne previene le complicanze. Si riduce, infatti, la pressione endoaddominale che contribuisce alla loro formazione e, al contempo, diminuisce il rischio di prolasso rettale.
L’ultimo consiglio utile è di leggere un libro, una rivista o un giornale mentre aspettiamo (seduti con le gambe appoggiate su un rialzo) che “arrivi il momento”: distrarsi aiuta a dissipare quella fisiologica dose di aspettativa e di stress che accompagna chi stenta a trovare la regolarità intestinale e che interferisce negativamente sul suo raggiungimento.
